domenica, dicembre 21, 2014

Questione di tempo

Se c'è un argomento sul quale non si può discutere nella corsa è il tempo che detta il cronometro. Tre ore e venti per correre una maratona, trentacinque ore e cinquantatré per una cento miglia sono  quantità ben definite e inopinabili. Oppure no?
Nel film Interstellar, le tre ore passate dagli astronauti su di un pianeta equivalgono a ventitré anni per il collega che li aspettava nella stazione spaziale. Differenze di tempo giustificate dalle leggi fisiche sulla relatività.
Mi chiedevo se qualcosa di  simile possa accadere anche in corsa, vale a dire se il tempo percepito in gara sia diverso da quello misurato con l'orologio, che poi è lo stesso di quelli che aspettano all'arrivo. Questo non lo so dire, anche se la fisica, visto il quadro, non lascia nessuna possibilità. Ma siccome nelle ultime gare non ho mai portato l'orologio, quasi mi vien da dire che il tempo in gara, specialmente se è lunga, possa scorrere in modo diverso da quello misurato dall'orologio, che poi è una delle caratteristiche che più apprezzo nelle ultra. Guardare l'ora è come stare dalla parte di quelli che sono fuori a fare da spettatori, un altro mondo.  Ma se nella corsa il tempo scorre in modo diverso, che senso può avere la ricerca costante dell'abbassare il tempo assoluto che si rimane in gara?
Correre e pensare al tempo, che non so bene cosa sia, ma di sicuro non è quel numero che compare sul quadrante dell'orologio.

domenica, dicembre 14, 2014

Comincio a fare programmi

Rimango sempre piacevolmente stupito quando vedo che la passione di molti maratoneti li spinge a pianificare in ogni dettaglio i propri allenamenti finalizzati ad tempo finale, possibilmente migliore di quello ottenuto in precedenza. Mi chiedevo, invece, se quello che corre per solo divertimento debba comportarsi in questo modo. Se giocassi a scacchi, come potrei divertirmi se tralasciassi tutti gli studi teorici che riguardano le diverse fasi della partita. E se fossi un giocatore di bridge? Allo sbaraglio combinerei ben poco e così anche il divertimento sarebbe merce rara.
Il prossimo 2015 correrò sicuramente la maratona di Vienna, non sarebbe il caso di affrontarla con una preparazione sistematica per cercare di abbassare il 3h:20' che è il mio personale sulla distanza? Obbiettivo fissato e, in caso di risultato, divertimento assicurato. O no?
Intanto ho ancora qualche settimana a disposizione prima che il nuovo anno arrivi carico di buoni propositi e grandi obbiettivi, per dedicarmi ad un altro aspetto della corsa nel quale sono veramente carente, vale a dire la discesa molto tecnica. Quindi di questi tempi è facile vedermi a correre su e giù a tutta lungo terrapieni verticali per cercare di imparare come mettere i piedi.

Tornando all'obbiettivo maratona, cercando di capire a quale ritmo devo correre il lungo lento e quanti secondi devo lasciare tra una ripetuta e l'altra, ho cercato un po' d'ispirazione in questo video.

lunedì, dicembre 01, 2014

Ripartenza

Dopo qualche settimana di assoluto riposo ho ricominciato a correre. Nessun manuale della corsa consiglia di riprendere con una gara come prima seduta, ma ho voluto lo stesso sperimentare cosa voglia dire gareggiare sui dieci chilometri senza allenamento. L'ho fatto nella gara di beneficenza organizzata dai FdL. Rispetto agli anni passati, la prestazione cronometrica è stata la più scadente (41':20"), ma se qualcuno mi vuol raccontare che è solo con le ripetute e le sedute veloci che si fanno i risultati sui diecimila, gli posso candidamente rispondere che con le mie sedute alternative di telecomando e tastiere di computer, ho perso solo 36 secondi rispetto al 2013, dove mi ero allenato come un matto con sedute veloci.
Il senso dell'allenamento, però, l'ho riscoperto i giorni successivi, dove un blocco pesante di entrambi i polpacci, qui a Vienna direbbero un Megakater, mi ha reso claudicante per quattro giorni.
Chissà cosa ne pensano gli evoluzionisti che mi raccontano che sono nato per correre, che dopo solo quarantuno minuti di corsa mi tocca stare fermo una settimana. L'uomo delle caverne che si faceva un bel cinghialone alla brace e se lo scorpacciava per tre settimane, non è che poi avesse tante cartucce da sparare. Avesse ripreso con un giro di tre quarti d'ora correndo a manetta dietro a qualche gazzella senza però prenderla, avrebbe voluto dire una settimana di digiuno forzato da selvaggina. Poteva solo sperare di recuperare almeno la camminata per andare a trovare qualche ortica da bollire. E la cucina vegana sarebbe stata la logica conclusione, che però ora si vanta di essere la migliore nel supportare la corsa.
Ma non era più semplice quando per divertirsi e rilassarsi si andava in cuperativa a giocare a carte, invece di girare in tondo per cercare di realizzare i propri obiettivi?

domenica, novembre 16, 2014

Fine stagione 2014

Con la mia ultima corsa al Wien Rundumadum (124km - 1600 D+) si è chiusa la mia stagione della corsa per il 2014. Non ho obbiettivi da controllare, ma vorrei solo rivedere le vie che ho percorso e anche come le ho affrontate.
In inverno avevo un'ottima condizione, che però non sono riuscito a portare fino alla maratona di Vienna. In quei mesi ho usato il classico metodo di allenamento tabellare finalizzato alla massima prestazione cronometrica. Il mio fisico non ha gradito e si è infortunato. È stata la mia unica maratona della stagione.
Dopo una doverosa pausa per calmare del tutto la tendinite al piede destro, dove in quella sosta ho anche mestamente rimandato il via alla gara Mozart100, sono ripartito partecipando solo a gare corte in montagna, cambiando decisamente tipo di preparazione.
In giugno, dopo aver debuttato nel duathlon, sono ritornato a Veitsch (54km - 2200 D+). Lì ho svolto una sorta di prova generale per la gara DirndltalExtreme (111km - 5000D+), la competizione alla quale tenevo di più quest'anno. In entrambe ho ottenuto risultati veramente inaspettati. Il DirndltalExtreme mi ha richiesto un dispendio notevole di energie fisiche e mentali ed ho impiegato qualche settimana per cominciare a pensare al Magredi MMT100 (160km - 7700D+). Sopratutto ho dovuto cambiare molto a livello di materiale, scarpe e bastoni fra tutti. Tra le due competizioni ci sono state 8 settimane, metà le ho impiegate per recuperare, le ultime due sono state di scarico e il resto di allenamento. Al MMT100 ho cercato di capire cosa volesse dire essere in gara tutta la notte, il giorno e ancora un'altra notte, ma ho anche dovuto  prendere atto che il livello tecnico del percorso era superiore alle mie capacità. Nondimeno, però, stare fuori quasi trentasei ore su terreni aspri senza mai dormire e finire in scioltezza è stata un' esperienza incredibile. L'ultimo ultra trail stagionale quattro settimane dopo qui a Vienna. Nonostante le difficoltà di percorso incontrate e un fisico che, alla vigilia, iniziava ad essere un po' stanco, a farmi arrivare in fondo così bene è stato più che altro l'entusiasmo.
Ora, in un ottimo stato psicofisico, qualche settimana di pausa dalla corsa, mentre un sommario stagionale si trova qui.

domenica, novembre 02, 2014

Wien Rundumadum, ultra trail sottocasa


Navigazione fatta in casa, basta per non perdersi nella nebbia?
Al traguardo
Foto con medaglia e bottiglia
Ho appena terminato il mio terzo ultra trail sopra i cento chilometri per questo 2014 che sta per finire. Questa volta sui sentieri di casa attorno a Vienna. Giro da 124 km, 1600 d+ con nebbione padano finale incluso, terminato in 15h:28' per un tredicesimo posto finale.

Dettaglio
Vediamo allora come è stato questo ultra trail intorno a Vienna, che era alla sua prima edizione. Dopo una sveglia ad un orario veramente indecente, mi sono avviato alla partenza, dall'altra parte della città, con la consolidata coppia bici e metropolitana. Qui ho incontrato quello che è rimasto della festa di Halloween, ma in una grande città tutto è possibile sul treno alle cinque del mattino, dal tizio che si presenta ad un ultra trail, a quello che gli scoppia la testa, a quello che vestito in kimono guarda cartoni giapponesi alternativi sul cellulare. Mondi paralleli con in comune solo la poca normalità.
La partenza e l'arrivo del "Rundumadum" sono stati collocati in una palestra, qui ho incontrato molte facce conosciute e tutti gli altri del mio gruppo sportivo. La prima novità l'ho scoperta al breefing pre gara, quello che di solito si partecipa ma non si ascolta, vale a dire che in un tratto finale in mezzo alla campagna non è stata messa la segnalazione sul percorso. Perché? Il proprietario non ha voluto. "Wien ist anders" questo è il motto della città, "Vienna è diversa" e anche nel marcamento del percorso non si è smentita. Questo trail è stato il mio terzo centone in tre mesi, che cosa potevo chiedere ad una gara del genere? Finire in un tempo tot perché ho fatto una preparazione tot? L'ultimo allenamento più lungo di due ore, che non sia stato una gara, l'ho fatto due mesi fa. Ma per fortuna a me non serviva la tabella degli allenamenti mancati, ma solo stare bene alla partenza. Entusiasti siamo partiti alle sette con una leggera nebbia che stava lasciando il posto al sole. Dopo qualche chilometro in riva al canale Marchfeldkanal, ho affrontato la  prima salita vera, quella del "Nase", tosta ma breve. Vienna è piena di gente che millanta tempi di salita impossibili, ma non sono stato purtroppo tra questi in quanto è stata la prima volta che l'ho affrontata. Dopo è arrivata una parte molto piena di saliscendi nel bosco viennese. Anche in gruppo, non sempre è stato facile non perdersi. Qui è apparso il primo dei cinque ristori previsti, che non erano molti ma prelibati. Verso il km 40 mi sono trovato da solo e qui ho deciso di cambiare marcia. Era il pezzo del Lainzer Tiergarden, quello dove lo scorso anno vi ho corso l'ultima edizione del leggendario omonimo trail. Finito questo tratto con qualche bella rampa tosta e sempre su bei sentieri, sono arrivato nella zona Liesing, il fiume che scorre davanti a casa mia. Qui trovare la strada prevista è stato abbastanza problematico, ma non potevo perdermi qui. Risolti i problemi di pesantezza al checkpoint successivo nel parco del Wienerfeld, sono arrivato sull'isola sul Danubio dopo essere passato davanti al cimitero e sulle colline di casa di Oberlaa,  prima che si è fatto buio. Qui è iniziata un'altra corsa, quella alla ricerca della via che mi doveva portare fuori dal bosco della Lobau pieno di sentieri sconosciuti e poche indicazioni. Ho trovato la scia di un corridore con bici al seguito che gli faceva da apri pista col gps. Ma  questa cuccagna è finita presto e mi sono trovato da solo nel buio e nella nebbia. Qui un fantomatico ciclista, penso sia stato reale, è apparso e mi ha guidato fino al successivo ristoro. Ora avevo davanti solo gli ultimi trenta chilometri che ho affrontato con la cartina del percorso in mano. Una volta arrivato, sempre in solitaria, al famigerato campo senza cartelli e vie, non ho potuto far altro che costatare di essermi perso. Sulla carta era mostrato un piccolo bosco davanti su una strada curva e invece ero su una carraia dritta in mezzo ad un campo di fragole, immerso in un nebbione padano che non si vedeva a venti metri. Scartata l'idea di sedermi a piangere, ho estratto il mio GPS e, come da manuale, mai veramente usato prima per navigare, ho cercato di tornare sulla retta via. Risultato: mezz'ora di avanti e indietro, schermo appannato che non si vedeva nulla, ma come per magia sono rientrato sul percorso segnato. Qui ho incontrato due corridori erranti, dove uno, una faccia conosciuta, avrei scommesso, vista l'ora, che avesse già tagliato il traguardo. In tre, però, è  stato un gioco da ragazzi trovare la strada e, con le dovute pause, siamo arrivati alla fine appena prima delle 22:30. Abbiamo avuto anche l'onore di ricevere la medaglia d'oro per quelli che sono rimasti sotto le diciotto ore, nonché la bottiglia di vino con l'etichetta "Wien Rundumadum", cimelio per tutti quelli che sono arrivati in fondo. Su 105 partenti, ben quaranta hanno gettato la spugna prima del traguardo rinunciando di fatto al prestigioso nettare.

Conclusioni. "Wien Rundumadum" è un ultra trail con poco dislivello, poco asfalto, ristori non fitti, in data più che autunnale e segnaletica minimale. Probabilmente l'unica possibilità per correre una gara del genere attorno a Vienna. Il minimalismo è stato un altro modo per rendere la gara un po' più impegnativa che alla fine ho apprezzato. La traccia del percorso è qui.

Cambio vestiti a metà percorso VS3

Segnali lungo il percorso

Isola sul Danubio - Inizio
Fine "Nase", Checkpoint 1

domenica, ottobre 12, 2014

E ora?

Campagna di Oberlaa, circa a metà percorso
Dopo aver concluso una gara come la MMT100 mi verrebbe voglia di chiudere la carriera qui. Invece, una corsa che mi è stata suggerita dagli amici Freunde des Laufsports  mi ha fatto ripensare. Così il primo novembre, se tutto va bene, sarò al via del giro attorno a Vienna, denominato Wien Rundumadum, 120 chilometri sui sentieri di casa per terminare la stagione.

lunedì, ottobre 06, 2014

Magredi, debutto nella gara da cento miglia

Vendo scarpe, usate una sola volta
Appena tornato da Vivaro, provincia di Pordenone, dove ho partecipato alla mia prima gara di corsa in montagna da cento miglia (MMT 100).
Per percorrere tutti i 158,1 chilometri previsti dall'organizzazione e 7700m di D+ ho impiegato un tempo di 35 ore 53 minuti e zero secondi di sonno, conquistando la 52-ema posizione finale. Dei 158 partenti, l'elenco dei corridori che hanno raggiunto il traguardo si trova qui.

Si parte
Finalmente è arrivato il giorno della partenza. Helmut col suo bus VW classe ottantotto  mi chiama poco prima delle 7 e mi dice che tra un attimo passerà a prendermi. Destinazione non Woodstock ma, inutile dirlo, il Friuli Venezia Giulia dove entrambi debutteremo in una gara da cento miglia. La giornata coi suoi colori autunnali è splendida mentre la nebbia, man mano che scorrono i chilometri, cede il passo al sole. La strada vola via veloce e, tra uno scambio di esperienze di questa o quella corsa, il casello autostradale di Gemona arriva in un attimo. La campagna e i campi di mais mi riportano alle origini di uomo della bassa pianura, mentre accendono non pochi dubbi negli occhi del mio autista austriaco. "Ma dove sono le montagne?" mi chiede e gli rispondo "guarda quanti prosciuttifici ci sono in questo paese". Arriviamo da Gelindo, l'agriturismo di Vivaro, che ai tavoli del ristorante  stanno già sparecchiando. "Se volete una pasta mettevi comodi e intanto che aperitivo volete?" ci dice il titolare. Veramente volevano solo sapere dove potevamo piantare la tenda, ma siamo già qui e non possiamo certo rifiutare l'invito. Con la pancia piena e un'ora di bella tavola alle spalle,  provo a mettere un po' d'ordine nel materiale che mi servirà al via della gara. Ritiro pettorale, controllo zaino tutto in ordine, consegno le sacche che ritroverò alle basi vita. Seduto in terra con un foglio in mano, provo a leggere le istruzioni per montare la tenda. Helmut prima mi fa una foto, poi mosso da compassione me la monta in cinque minuti. Chissà se la userò davvero, il tempo limite della MMT 100 è fissato per le 15 di domenica, un orario dove dovrei già essere in autostrada sulla via del ritorno. Al breefing pregara sembra tutto facile e i punti segnati in rosso entrano in un orecchio per uscire subito dall'altro. Al nastro di partenza mi metto in fondo, ma questo non impedisce ad un gruppo di chiedermi se sono io quello che ha vinto la gara lo scorso anno. Per carità, sono un debuttante, però lo scambio mi fa piacere, vuol dire che almeno potrei sembrare uno che vince.

 La gara inizia 
Non ho ancora sistemato bene promettenti gels comprati all'ultimo minuto e mai testati come da manuale, che viene dato il via. Sono le 18 e qualcosa e il sole si avvia a tramontare. Alla prima curva comincio già a perdere i gels, ma il servizio scopa mi aiuta a raccoglierli. Simpatici questi ragazzi del servizio scopa, quattro corridori in coda che cercano di alleviare la solitudine dell'ultimo viandante. Approfitto a mani basse e mi faccio raccontare tutto su quello che mi circonda perché dove sto correndo è un paesaggio davvero unico. Dal mais ai vigneti, dal Tocai che ora si chiama Friulano al dialetto locale che viene ancora usato spesso. Mi consigliano di accelerare il passo se voglio arrivare in tempo al primo cancello orario e così comincio a risalire qualche posizione. Ad un certo punto trovo due persone legate con una corda, non riesco a crederci, un cieco con un accompagnatore sta correndo questo ultra trail. Il bello è che mentre parliamo, sarò inciampato almeno un paio di volte mentre lui niente. Gli chiedo come fa e lui mi risponde che è perché io non melo aspetto di inciampare, mentre lui sempre. Saluto e con la lampada frontale accesa passo avanti. Attraverso il secco letto del fiume Cellina, una bella pietraia spaccapiedi e al primo ristoro incontro Dieter. Un simpatico personaggio che ha già corso la MMT lo scorso anno, tenta di farmi qualche domanda sulla mia professione, ma lo dirotto subito sul racconto di qualche ultra precedente. Quando mi dice che come me non porta l'orologio e ha partecipato ad una gara come la WIBO, lo eleggo a mio personale eroe.

La prima notte
Comincia la prima vera salita e dalle distese di sassi si passa a sentieri stretti ed esposti. Sono in un ultra trail, ma ora sto correndo come una corsa in montagna da quattro chilometri. Dieter procede del suo passo tranquillo mentre raggiungo una lunga fila indiana alla quale mi accodo. Mi ha parlato molto della seconda notte, ma, pur non avendo nessuna ambizione in termini di tempo finale, non riesco proprio ad immaginarmi che dovrò affrontare due notti.  Passo il ristoro gestito dagli alpini col morale alto, ormai la prossima tappa sarà la meta della prima delle quattro basi vita nelle quali ho suddiviso il percorso. Prima di raggiungere Piancavallo però, devo affrontare lunghi sentieri stretti con sali e scendi esposti, terreno che francamente faccio fatica a digerire. Per fortuna sono con un gruppo che conosce la strada e procede con ottimo passo. Prima di lasciarmi andare al buffet stile "all you can eat" del ristoro della famosa stazione sciistica, c'è tempo anche per un giro di presentazioni.  Riparto nello stesso gruppo ma quando cominciano le discese ripide e tecniche non riesco più ad andare. Sono alla prima gara coi bastoni, ma quando li uso per controllare la discesa, cado all'indietro. Lascio andare messaggi telepatici cercando, invece, di trattenermi in un diplomatico no comment quando un altro trailer mi chiede com'è questa discesa che mi dovrebbe condurre al lago Barcis in uno stato tutto da definire. Altra caduta, altri messaggi telepatici. Messaggi che poi verranno trasformati in voce udibile qualche ora dopo nella cucina del ristoro di Pofabbro. Chi ha mangiato lì una pasta verso mezzogiorno, può intuire quale fosse la natura di questi messaggi. Finalmente arrivo in solitaria al lago Barcis e non so il perché, ma sono convinto che qui ci deve essere un ristoro. Vedo le tracce del percorso che mi mandano sul sentiero del Dint e decido di seguirle mestamente. Ho letto, qualche giorno prima, che questo sentiero è molto battuto dagli escursionisti, così, finalmente, mi dico ecco un sentiero senza burroni, pietraie o discese da uomo ragno dove un uomo della città come me, può lasciare andare un po' le gambe senza paura. Invece, senza nessun preavviso,  la mia lampada frontale si spegne di colpo e mi lascia in un buio terrificante in mezzo al bosco. Devo cambiare l'accumulatore, ma chi lo trova quello di scorta nello zaino con questo buio? In qualche modo, passando dalla lampada di riserva, riesco nell'operazione e, sempre col dubbio di aver saltato un ristoro, raggiungo l'edificio della stazione di Andreis. La voglia di farmi  un paio di grappe è tanta, ma vorrebbe dire la fine, allora, dopo un ottimo spuntino, saluto e riprendo il cammino con la certezza di essere passato per la giusta strada. Ora è notte fonda, il morale non è alto ma il profilo del percorso sembra aprire spazio a qualche possibilità per continuare. Non è tanto la salita che mi deprime, ma è la discesa. In salita devo gestirmi c'è troppa strada da fare per poter solo pensare di correrle, ma quando poi arriva la discesa mi trovo davanti a dei sentieri che mi bloccano. E così mi capita anche in questo pezzo e in tutti i pezzi di discesa successivi fino a Casera Valine Alte. Non mi sto proprio divertendo, sembra di essere ad una gara di nordic walking e penso seriamente che questo tipo di sentieri siano troppo difficili per il mio livello. Le ore passano, la stanchezza aumenta e nulla cambia tranne la notte che sta per finire.

Il nuovo giorno
Abbandonare? È questa la domanda che mi pone Patrice quando lo incrocio qualche ora dopo al ristoro di Pofabbro, ma questa non è opzione è stata la risposta che gli ho dato. Che cosa mi ha fatto cambiare idea così? Semplicemente la notte è finita, i sentieri di pietre anche, e il piccolo pezzo asfaltato in discesa fatto a tutta con la lampada frontale ormai spenta  mi hanno elettrizzato. Entro nel ristoro di Maniago grosso modo alle sette di mattina  e chiedo dov'è la musica. Ho una fame da lupi, non mi fa male nulla e non ho sonno. Provo anche a miracolare due abbattuti corridori che hanno dei dolori che non li fanno neanche camminare, ma come guaritore valgo nulla e Maniago sarà per loro la stazione finale. Con la carica del nuovo giorno affronto la salita successiva, con annessa discesa, non con un gran ritmo, ma con buona sicurezza. Ora sono in scia ad un veterano di questa gara che mi guida, e anche mi aspetta, fino al ristoro di metà gara situato a Pofabbro. Secondo il rilevamento cronometrico, impiego 16h:27' reali per percorrere i primi ottanta chilometri, tempo percepito, invece, due giorni. Ma oggi non è giornata da giri intondo col tempomat, così dopo un ottimo pranzo in base vita, ringrazio e proseguo il mio cammino. Passato indenne l'abbiocco post digestivo che quasi mi addormentava, ritrovo percorsi, come una forestale piatta o asfalto in paese, che mi danno fiducia, tanto che al ristoro di Fanna mi concedo un vinello. Verso Casasola un'altra crisi d'identità, appena pensavo di essere finalmente entrato in gara ecco che devo smettere di correre. Lentamente arrivo al paese e approfitto della fontana in piazza piena di acqua fresca per un bagno tonificante agli arti inferiori.  Sono a Casasola e, dopo il ristoro, inizia il pezzo più duro di tutta la gara. Mi chiedono se non ho corso già lo scorso anno, rispondo di no, ma che non è la prima volta che mi scambiano per qualcun altro. Non so se sia stato il ristoro, la fontana, la musica che ho appena acceso o la bellezza della montagna, ma approccio la salita del monte Raut veramente convinto. In cresta e in discesa verso Casera Valine sono ancora di gesso, ma i pensieri di abbandono sono definitivamente interrati. Per la cronaca, ho impiegato più di tre ore per un tratto dato sulla carta di una lunghezza di soli 5,4  km. Nella casera il gestore, tra un uovo sodo e un brodo, mi consiglia di dormire alla prossima base vita e di riprendere con calma con la luce del sole. Gli rispondo che non ho ancora dormito un solo secondo e che intendo continuare così, una sfida che mi affascina. Saluto e proseguo il cammino in discesa col solito ritmo rassegnato mentre è arrivato il momento di riaccendere la lampada frontale.

La seconda notte
Qui qualcosa nella mia mente deve essere successo, perché dopo venticinque ore di gara comincio a correre senza paura in discesa, smetto di usare i bastoni, come mi aveva consigliato Helmut, e provo a scendere a tutta. Recupero man mano posizioni poi quando arriva il tratto in falsopiano e asfaltato passo alla corsa decisa. Ritmo che non mollo e non voglio mollare, mancano almeno dieci ore all'arrivo, ma corro con la rabbia di una mezza maratona. Arrivano le gallerie, nella prima indosso la giacca impermeabile ma appena finisce la tolgo con l'idea di avere indossato un indumento inutile. Arriva la seconda e mi rifiuto di indossarla di nuovo, così mi ritrovo in mezzo ad una galleria dove piove a dirotto. Bagnato ma tranquillo, raggiungo in solitaria il ristoro sulla diga. Chiedo in dono ancora un po' di strada asfaltata, ma il gestore del ristoro mi risponde che ora comincia un bel sentiero in single track di una decina di chilometri prima di arrivare alla terza base vita. Poi mi porge un tè caldo. Ringrazio e riprendo lungo il sentiero. Vado a tutta cercando di correre sempre e mi chiedo, per l'ennesima volta, perché ci riesco solo ora. Appena prima della base vita ritrovo Dieter che col suo passo costante da ultra navigato mi aveva raggiunto e staccato nettamente. Mi dice che alla base vita dormirà un'oretta per arrivare bene al traguardo, gli rispondo che non sento assolutamente la stanchezza e vorrei continuare ad andare a tutta. Pienamente rifocillato alla base vita, dopo 29 ore di gara, sempre senza sonno, mi aspetto prima o poi una crisi, che però non arriva. Se capita, mi consiglia il gestore del ristoro, stai in piedi e abbraccia una pianta. Ringrazio del consiglio e riprendo il cammino. In questo tratto è la vegetazione a farla da padrone. Sul lato della strada potrei giurare di aver visto un gruppo di gnomi che se la ridevano di gusto, prima di trasformarsi in foglie quando li ho affiancati. Allucinazioni? E cosa dovrei dire di quelli che raccontano, me compreso, che dopo trenta ore di corsa, al ristoro dicono di vedersi serviti un piatto di pasta fumante dal vincitore della Spartathlon della settimana scorsa?
Affronto l'ultima salita ad un ritmo blando fino a quando non intravedo una lampada che corre in salita. Allora provo a tornare ancora al ritmo precedente la sosta e, complice una bella strada sterrata piatta, ritrovo un ottimo passo. Qui finisco anche la mia seconda carica della lampada frontale e devo passare a quella di riserva. La discesa fino a Borgo del Bianco non è un gran problema e quando appaiono le prime case del paese vengo bloccato da una signora che mi invita ad entrare nelle sede del ristoro.
Dopo un ottimo spuntino con bevuta saluto la simpatica compagnia e scendo verso Colle, prima però devo passare in mezzo al fiume Meduna ritrovando le solite pietre e qualche passaggio in mezzo ai rovi. A volte mi viene il dubbio che si voglia quasi infierire con la durezza del percorso. A Colle c'è l'ultimo ristoro della gara, qui raggiungo due corridori che sono in procinto di ripartire. Non mi danno l'impressione della massima freschezza e mi sembra che cammineranno fino all'arrivo. Allora la prendo comoda e, tra una bevanda e l'altra, faccio i miei complimenti per come è stato segnato il percorso. Anche qui mi chiedono se non sono quello che ha vinto lo scorso anno, ma qui citando l'ora attuale del passaggio ho un argomento decisivo che convince tutti del contrario. Ringrazio della cordialità prestata e riparto verso il greto del fiume.
Dopo pochi minuti ritrovo i due corridori di prima che cercano la via verso Vivaro. Li conforto dicendo che siamo sulla giusta via e vado avanti sempre di corsa. Gli ultimi chilometri scorrono in un attimo e quando vedo il campanile di Vivaro capisco che la mia gara sta per volgere al termine. Una grande emozione mi assale prima della foto e di ricevere la giacca. Mi chiedono se sto bene, rispondo che certo mai stato meglio e subito dopo suonano le sei.

Il ritorno
Mi sono seduto a quindici ristori senza mai nessun problema, a quello dell'arrivo, invece, appena finisco la minestra quasi mi addormento sul tavolo, a fatica riesco a salutare due soci incontrati spesso lungo il percorso e quando mi alzo ho le gambe bloccate. Mi piacerebbe sapere dove si trova l'interruttore che accende e spegne il proprio corpo, poi magari però le corse diventerebbero solo un noioso gesto meccanico.
Dopo qualche ora di sonno arriva, purtroppo, il momento di levare le tende. Il bus si rimette in moto, questa volta nella direzione inversa. Helmut, nonostante la caduta e un ginocchio mal messo, ha raggiunto il traguardo nei primi venti, riposato abbastanza per concedersi anche altre sei ore di volante.
A Vienna termina così uno splendido week-end, che sarà veramente difficile da dimenticare.

Dopo la partenza al fianco della Scopa

In coda con la bici che guarda le spalle

Secondo dei quindici ristori previsti, con Dieter

A pochi metri dal traguardo, dopo quasi 36 ore

Con la maglia da finisher




venerdì, settembre 26, 2014

Materiali: IN e OUT in vista dell' MMT 100

Mancano pochi giorni alla mia partenza per il Friuli Venzia Giulia (MMT 100) e voglio fare un po' il punto della situazione sul mio materiale. La gara MMT 100 ha una lista con materiale obbligatorio e fra questi c'è lo zaino. Quindi rispetto alle scorse competizioni, IN sarà lo zaino Ultimate Direction SJ da 9L e OUT saranno le bottiglie a mano. Confermata la lampada frontale Ay up, mentre per quella di riserva userò la rodata Petz Zipka Plus 2. In questa categoria, la nuova entrata IN sarà una batteria di riserva per AyUp. Sono sempre stato scettico sull'uso dei bastoni, ma già dalla prima uscita ho cambiato subito idea e IN ci saranno, allora, anche un paio di bastoncini Black Diamond Ultra.
Un capitolo a parte lo merita le scarpe. Ho viaggiato fin dall'autunno 2013 con le Inov8 trailroc 243 in tutte le gare che ho corso fuori dall'asfalto. Mi sono trovato sempre molto bene, ma dopo il Dirndltal ho dovuto cambiarle in quanto mi hanno lasciato dei piedi spappolati nel dopo gara. Ho bisogno di più confort nelle gare lunghe, specialmente quando le ore di gara superano la decina. Allora OUT le  trailroc 243 e IN le Patagonia Everlong che hanno lo stesso peso, non lo stesso grip e la stessa flessibilità in punta, ma hanno molto più ammortizzamento sull'avanpiede.
Capitolo orologio e Gps. Al Dirndltal ho usato il sole in quanto il mio Garmin 305 non riesce a stare acceso per più di otto ore mentre la strada già la sapevo. Ho guardato vari modelli della Garmin e Sunto, che offrono degli orologi adatti a gare di trail lunghe, ma non mi hanno convinto in quanto sono pesanti e costosi. Il gps, al limite, mi interessa per una navigazione d'emergenza e per vedere la strada che ho fatto alla fine della gara, mentre la velocità di crocera in montagna, così come il valore del cuore,  non mi interessano. Ho trovato IN un gporter gp102 che, come gps logger mi va bene anche se, purtroppo, ha solo un'autonomia di 15 ore senza possibilità di cambiare la batteria, autonomia testata personalmente un paio di volte. Messo nello zaino funziona bene, lo accenderò nella parte finale di gara oppure quando perderò la strada. Per sapere il tempo in gara avevo pensato al Casio F-91w ma probabilmente non lo userò in quanto ha un cronometro che dopo un'ora si resetta e allora per sapere l'ora mi va bene anche il telefonino. Quindi il Casio sarà OUT e confermato il sole, le campane e tutti quelli che mi diranno l'ora.
Come bevanda,  OUT il Tocai in quanto il nome spetta solo al vino ungherese, che non è imparentato con l'omonimo del Friuli Venezia Giulia e IN la birra, bevanda isotonica per eccellenza che spero mi rimetta in piedi nei momenti più difficili. Ho letto da qualche parte che il Tocai si chiama ora Friulano, mi accerterò sul posto.
Per finire, mi ha molto interessato conoscere qualcosa di più della regione dove andrò a correre. IN il libro di Sergio Maldini "La casa a Nord Est", mentre, per un'altra edizione della MMT 100 potrei dare un'occhiata anche a Pasolini e Hemingway due famosi scrittori che hanno lasciato una traccia indelebile nel Friuli. OUT, invece, tutte le tabelle che mi dovrebbero portare a correre la mia prima cento miglia. Dove lo trovo il tempo per seguirle?

domenica, settembre 21, 2014

Anninger, corsa sulla montagna

Sprint finale
 Sabato 20 settembre, in una splendida giornata di sole, mi sono presentato al via della gara in montagna Anninger. Corsa breve, 6 km con 380 metri di salita. Mi ero iscritto anche lo scorso anno, ma proprio dopo aver attaccato il numero alla pettorina, l'ho restituito per problemi al polpaccio. Quest'anno invece è andata diversamente. Alla partenza ritrovo vecchie conoscenze e tra una chiacchiera e l'altra arriva il momento della partenza. Il posto della gara non mi è sconosciuto, si trova a 20 minuti di macchina da casa mia, a Mödling, ed è il posto più vicino nel quale effettuo allenamenti in salita con pendenze significative, anche se il sentiero dove si svolge la gara non l'ho mai fatto. Al via sono partito dietro, anche se eravamo in tanti, ma dopo la gara sulla Rax, ho sempre più la sensazione che quando parto davanti è solo perché non sto bene.
I primi metri sono in discesa, ma con la strada larga raggiungo subito un gruppo che va a buon ritmo. Quando la strada comincia a salire sono entrato nel bosco. Ho tenuto a vista un paio di personaggi che conosco di vista ed hanno passo, di solito, un po' più veloce del mio. Mi è bastato tenere un ritmo costante per raggiungere e superare via via diversi corridori. Alla fine ho avuto anche la gamba per un buon sprint finale che mi è valsa la 18-ema posizione rapinata, con un tempo di 34':31". Risultato abbastanza in linea con la prestazione del 2011 dove, però, si correva dall'altro versante della montagna. La discesa verso la partenza la faccio con una vecchia conoscenza che non vedevo da molti anni, il quale, dopo aver gareggiato nel triathlon e in gare come race across Austria, ha deciso di cercare nuovi stimoli nelle gare di trail.

 Ora mi aspetteranno due interminabili settimane di allenamenti con il freno a mano tirato prima della partenza verso l'Italia, dove correrò la mia prima 100 miglia, con una condizione che, ormai, è quella che è. La classifica finale si trova qui.

Sentiero a pochi metri dal traguardo


sabato, settembre 06, 2014

Corsa sulla Rax e Businessrun

La settimana appena trascorsa ha segnato il mio ritorno alle gare: due in tre giorni. La prima è stata la Businessrun, un evento di massa da 27000 iscritti per correre in tondo 4,1km asfaltati e piatti. Se correre un ultramaratona rimane una questione irrisolta, mi sarebbe piaciuto sapere il parere di un extra-terrestre, che per caso fosse passato sopra il Prater quella sera, sullo spettacolo dei ventisettemila sportivi in divisa sponsorizzati dai propri datori di lavoro. Si parte a branchi, i primi alle 18:45, gli ultimi alle 20. Il mio scaglione, l'ultimo, è partito quando ormai era buio ed è stata, la mia, più una gara di slalom e cross country che altro. Ad un certo punto credevo di essere nel blocco di quelli che corrono telefonando. Penso che l'organizzatore, in futuro, dovrebbe stilare una classifica apposita in quanto ho visto dei gran specialisti. In ogni modo è sempre bello gareggiare in questi eventi di massa, sopratutto l'analisi dopo l'arrivo, nel gazebo del dopogara, dove a base di bevande isotoniche come la birra, ci si scambia opinioni sulla corsa tra colleghi di lavoro.


Arrivo sulla Rax

Due giorni dopo sono tornato a gareggiare sulla montagna della Rax, che nel 2011 mi regalò un incredibile podio di categoria. Questa volta il meteo è stato diverso, pioggia leggera, nebbione in quota e basse temperature. Mi sono portato appresso due nuove paia di scarpe, le Ultra Sense 1 della Salomon e le Roclite 295 dell' Inov8, con le prime già ai piedi e senza calze, come le star. Ho chiesto le condizioni del terreno al mio vicino di parcheggio e mi ha detto che è un po' bagnato. Allora ho deciso di cambiare scarpe e di indossare le più sicure Roclite 295, più pesanti, ma dal profilo più marcato. Il mio vicino, al mio cambio, mi ha guardato con sorpresa e mi ha detto che lui aveva un solo paio di scarpe, per la verità abbastanza datate, che gli bastano e avanzano. Al via sono partito prudente e ho cercato di tenere un ritmo decente nella varie salite dei 1100 metri di dislivello che mi dovevano portare all'arrivo dopo 9 interminabili chilometri. La corsa, però, non mi è riuscita molto bene e così sono passato molto presto al passo. Non ho avuto la forza di correre sulle salite come nel 2011 e il mio passo da mangia polenta in salita era quello che era, vale a dire lento. L'umidità, la nebbia e l'appannamento degli occhiali, mi hanno tolto di fatto anche l'ultima possibilità di correre nella breve discesa finale. Alla fine ho impiegato 1h:16'  per tagliare il traguardo in mezzo alle nuvole a braccia alzate e col sorriso stampato in viso, forse più per la voglia di nebbia padana che per il confortevole 25-mo posto conquistato. Immancabile l'appuntamento in baita per il ristoro conclusivo dove ho ritrovato il mio vicino di parcheggio. Con la consapevolezza di non essere mai scivolato grazie all'ottimo grip delle mie nuove fiammati Roclite 295, gli ho chiesto come è andata la sua gara. Mi ha risposto che è andata bene: primo posto assoluto, così come quello di categoria anni 50, e tutti a casa quelli che credono che con le scarpe super tecnologiche si fanno i risultati, oppure che la vittoria è solo una questione tra under 35. La classifica finale qui.

lunedì, settembre 01, 2014

Perché corro un'ultramaratona

Non sempre è possibile evitare domande scomode
Ogni tanto mi capita e anche questa volta è successo di nuovo. Vale a dire trovarmi di fronte alla nuda e inevitabile domanda del mio interlocutore occasionale, il quale, su due piedi, mi chiede inesorabile il perché corro un'ultramaratona. Fossi il campione di scacchi  Magnus Carlsen, probabilmente lascerei cadere la domanda e alzerei i tacchi come fa quando gli chiedono quale sia il pezzo della scacchiera che più gli piace. Ma se le mie vie di fuga sono bloccate, qualcosa devo pure inventare. Mi chiedo come mai nessuno mi abbia mai chiesto perché abbia guardato un spettacolo come le partite dell'Italia agli ultimi mondiali, passato un pomeriggio in un centro commerciale, o trascorso qualche ora in coda in autostrada completamente bloccato, anche se in questi casi proprio non saprei cosa rispondere.

Leggo i racconti di gare di altri personaggi che corrono come me e trovo molti riferimenti a questo tipo domanda. "Le mie 10 ragioni perché corro un ultra trail", "Sette motivi per correre un ultra" e altri interessanti posts sulla stessa linea, uno addirittura ci ha scritto sopra un libro (già ordinato). Potrei imparali a memoria, sono argomenti ragionevoli e infine recitarli al mio interlocutore appena si dovesse lasciare scappare la famigerata domanda.

Però mi chiedo, veramente sono nato per correre? Fossi nato al posto di mio nonno, avrei corso per i campi anziché andare a segare delle rive? Oppure lui non lo sapeva, come suo padre e il padre di suo padre che era nato per correre? L'uomo riesce a correre più a lungo di ogni altro animale, ma i cavalli che regolarmente sfidano le persone in gare di resistenza hanno seguito la tabella di allenamento personalizzata, test del lattato, cardiofrequenzimetro, montato ferri in carbonio, selle in titanio ultraleggere e scaricato l'ultima App per mantenere alta la motivazione, prima dell'inesorabile sconfitta? Leggo di endorfine, runner's high e altri stati di alterazione generici che magari in un'altra epoca si scoprivano all'osteria o in altri luoghi di malaffare e se chi mi sta davanti poi capisce male?
Corro diciotto ore perché ne sono capace, perché è possibile. Come riesco a contare quanti cartelli verdi ci sono sulla A4 tra Venezia e Milano, quante lettere h ci sono nelle prime venti pagine della Gazzetta dello Sport e magari, perché no, quanti sassi ci sono ad Acitrezza. Sappiamo fare così tante cose interessanti, che magari un'ultra passa nel calderone senza neanche saltare all'occhio.

Eccola finalmente la motivazione finale, quella che taglia la testa al toro, quella che merita di essere la trama di un intero libro ed è capace di convincere anche l'interlocutore più scettico.  Ce l'ho qui sulla punta delle dita che battono sulla tastiera: "Corro un ultra perché...", ma la devo proprio scrivere? Anche se non la conosco e non so proprio come mai potrei saperla?
Una volta d'inverno nevicava, d'estate faceva caldo e queste domande non le facevano. Questa è la verità.

giovedì, agosto 21, 2014

Prossimi appuntamenti

La fibia del Dirndtltalextreme sub 18h
 che ha trovato posto tra gli altri cimeli
Sto smaltendo i postumi della gara Dirndltalextreme così ho tempo per focalizzare al meglio le prossime gare. Per settembre sono iscritto alle corse in montagna sulla Rax e sull'Anninger, gare già affrontate negli anni passati. Saranno passaggi intermedi per vedere un po' lo stato di forma in vista del Magredi Ultra Trail, una gara di 100 miglia (160 km e 7700 metri ascesa) che si correrà in Friuli il prossimo 3 ottobre e sarà il mio debutto in una gara di trail in Italia.  Per l'occasione sto cambiando un po' il materiale che userò in gara, vale a dire uno zaino più leggero, scarpe più ammortizzanti e un gps più compatto. Nel Dirndltalextreme  ero senza zaino, gps e scarpe troppo poco protettive. Correre il Magredi senza zaino non è possibile per via del materiale obbligatorio e non vorrei rinunciare alla traccia gps per vedere dove sono passato.

domenica, agosto 03, 2014

Dirndtalextrem nella top 10

Urlo al traguardo
Sono appena tornato da Ober Grafendorf dove ho partecipato al trail Dirntalextrem per la seconda volta. Quest'anno ho conseguito un risultato davvero inaspettato. Ho impiegato un tempo di 15h:29'  per percorrere tutti i 111 km con un dislivello di 5000 metri in positivo, conquistando un sorprendete nono posto in classifica generale. Rispetto allo scorso anno, ho migliorato di 3h:22'. La classifica finale qui.

Scorgo un campanile

Sono su questa ciclabile che porta al traguardo, diritta,  piatta, ma sopratutto infinita. Non riesco più a correre, ma al passo non ci voglio andare. Sono braccato, ho spento la mia lampada frontale per non farmi riconoscere, sono avanti e voglio difendermi con i denti. Cerco di trattare con la mia mente su quanto possa ancora correre: "cammino fino a quel palo e poi corro gli altri quattro". Con la mano destra cerco una canzone che mi tenga in movimento, che confonda le acque, lo zapping casuale del mio ipod, l'unico gadget elettronico che mi sono portato dietro, si ferma su Amedeo Minghi. Corro e allora la canzone va bene, ma dopo quattro pali cammino. È come un interruttore che si accende e si spegne. La canzone finisce e la faccio ripartire, se mi fa arrivare fino in fondo l'ascolto anche cinquanta volte. Poi, dietro ai palazzi di fianco alla ferrovia, scorgo il campanile di Ober Grafendorf, il paese dell'arrivo e solo a questo punto capisco di avercela fatta. Non sento più la necessità di camminare, corro, accendo la lampada e mi preparo a tagliare il traguardo. Sotto lo striscione d'arrivo, getto le borracce dalle mani e mi lascio andare in un grande urlo liberatorio. Gerhard, l'organizzatore della gara, mi mette la medaglia al collo e non posso fare nient'altro che abbracciarlo. Non riesco a dire nulla, faccio fatica a respirare e non mi rimane che sedermi e godere di questo momento

Si parte

Come lo scorso anno, anche in questo agosto del 2014 mi ritrovo nel Pilachtal per partecipare alla terza edizione del Dirndltalextrem. Arrivo da Vienna col treno appena in tempo per il briefing. Moltissime persone in sala e quasi non trovo posto, quest'anno è record di iscrizioni. Il mio posto per la notte è ancora nella casa ESV, dove dormirò sotto il tetto con finestra sul traguardo. Per istinto o abitudine, mi sistemo nello stesso letto dello scorso anno. Non fa così caldo, ma lo stesso non dormo molto e questo vale anche per i miei soci di camerata. Alle quattro suona la sveglia e dopo una breve rinfrescata, mi aspetta la colazione. Tra un panino e due chiacchiere, in un lampo arriva l'ora di partire. Il meteo concede una tregua, niente caldo infernale, ma solo una nebbia tonificante. Per ora. Parto che ho solo due mini borracce nelle mani e due piccoli marsupi nella vita con dentro: telefonino, scheda di controllo checkpoint, ipod e pastiglie di sale. Orologio, zaino e gps sono rimasti in camera. L'obbiettivo di giornata è quello di arrivare al traguardo sotto le 18 ore e portare a casa la fibia della cintura: il cimelio che verrà consegnato solo a coloro che taglieranno il traguardo entro la mezzanotte. La mia strategia è semplice: viaggiare leggero, partire tranquillo, correre il più possibile senza andare fuori giri e non sbagliare mai strada. Parto ultimo e risalgo il gruppo per trovare un gruppetto che vada bene. Riconosco un paio di corridori, so che conoscono bene la strada e mi aggrego a loro. I sentieri sono bagnati dalla nebbia e dalle piogge dei giorni scorsi, devo stare molto attento a non scivolare. Passiamo il primo controllo, il secondo e poi arriva il terzo. Bello sentirsi chiamarsi per nome, sembra di essere a casa. Qui mi cambio la maglietta e passo a borracce più grandi, la nebbia è scomparsa e il sole già picchia, oggi ci aspettano trenta gradi. Quando comincia la salita che sta prima di Frankenfels, checkpoint 4, rimango da solo davanti al mio gruppetto. Lo scorso anno su questa salita ho cominciato ad accusare il colpo, oggi, invece, tutto bene. Nella lunga discesa asfaltata mi supera la prima delle donne. Le dico che lo scorso anno mi aveva superato dopo il check point 5, lei mi risponde chiedendomi se è bene o è male. Non lo so, ma non glielo dico.
Quando inizia la salita verso il check point 5, la mia corsa comincia a latitare. È arrivato il momento di usare la musica. Non ritrovo la corsa completa, ma la riesco ad alternare col passo. La discesa, invece, scorre molto bene, anche se è piena di buche e con una bella pendenza. Dopo il check point 5, mi rimetto a nuovo nel vestiario e parto verso la cima Eisenstein, meta del checkpoint 6. Le pendenze notevoli, il caldo, la scossa della recinzione delle mucche al pascolo, la solitudine e la stanchezza fanno sì che l'ascesa diventi un andamento lento. Ma è in cima che le cose cambiano. Nella seconda edizione avevo cercato di anticipare la discesa saltando quasi questo ristoro e fu un grosso errore. Questa volta invece, non mi lascio sfuggire una minestra di verdure e una bella birra fresca, le quali mi rimettono a nuovo. La discesa successiva è molto insidiosa, rocce bagnate, sentiero stretto e vegetazione molto alta. L'ascesa al checkpoint 7, breve ma micidiale, la concludo senza particolari affanni e allora alla baita mi concedo il bis con minestra e spuma. Nella lunga discesa verso il checkpoint 8 non ho problemi e qui la corsa funziona a meraviglia. Nella parte pianeggiante successiva, invece, sento i primi segni di insofferenza. Decido di andare dentro al torrente per rinfrescarmi e rigenerarmi togliendomi, però, le scarpe. Piedi bianchi come lo scorso anno non ne voglio vedere. La pausa mi fa bene, ma non mi da una carica sufficiente per tornare a correre in salita. Appena prima del checkpoint 9, mi raggiunge un concorrente che ha un fans club al seguito, con tanto di magliette e striscioni. La strada qui è facile e riesco a stargli in scia fino al punto di controllo. Ora m'avvio verso l'ultima lunga salita ed è molto più semplice affrontarla con la luce del sole, anche se mi manca un po' il fascino delle luci verdi che marcano il percorso di notte. Il passo in salita è lento ma in discesa è buono, così arrivo al check point 10 che ho ancora un piccolo margine sui miei due immediati inseguitori. Qui decido di rischiare il tutto per tutto per mantenere la posizione, che non so di preciso quale sia, e salto il ristoro. Breve salita al passo, discesa a manetta e gli ultimi quattro chilometri di ciclabile piatta fatti non so come.

Conclusioni

La mia seconda Dirndltalextrem è stata una gara fantastica, sensazioni fortissime lungo tutto il percorso, amplificate dalla musica e dal panorama. Molto bello il tempo passato nel centro sportivo, i nuovi volti, quelli già conosciuti rincontrati e la grande passione di tutto l'ambiente.
Dopo la mia gara, prima di andare a dormire, vedo un letto vuoto. Chiedo dove sia chi ci dormiva sopra e mi dicono che è già partito. Davvero? Alle sei e trenta sento una voce di un concorrente che taglia il traguardo, la riconosco è la sua. Mi alzo per andare a salutarlo, fargli i complimenti e non so quanti abbiano avuto un volto più felice del suo al traguardo. Ora la gara è veramente finita anche se mancano le premiazioni finali e grigliata che arriveranno di lì a poco.

Discesa verso CP2

Premiazione

Appena partiti verso CP1
Dopo il bagno nel torrente, poco prima Cp8, km 80

Discesa verso Cp3




mercoledì, luglio 02, 2014

Ultra in montagna: Veitsch 2014

Sulla salitona del monte Veitsch
Sono a terra, ho picchiato duro il bacino su una pietra e rimango immobile. Un corridore da dietro mi raggiunge, mi tiene la gamba col crampo e mi chiede se sto bene. Lo fa una volta, due volte prima di lasciarmi da solo. L'ho rassicurato che è tutto sotto controllo, mi alzo e riparto come se nulla fosse. È questo lo spirito che mi anima in questa bella giornata di sole, mentre sto affrontando per il secondo anno consecutivo il trail sul monte Veitsch.
Rimandato il debutto nella Mozart100, ritrovo i sentieri scoperti lo scorso anno assieme a Michele. Quest'anno, però, non sono qui per fare esperimenti, ma voglio testare la mia condizione, cercando di correre il più possibile. Allora niente zaino e gel vari, ma solo due piccole borracce attaccate alle mani, da riempire di tanto in tanto ai vari ristori. Alla partenza rimango in fondo, una consuetudine in queste mie ultime gare. Passato il primo chilometro pianeggiante, comincia una salita ripida su una strada sterrata. Proseguo del mio passo, mentre nelle mie orecchie suona "Ci vuole calma e sangue freddo" di Luca Dirisio. La musica in gara è, per me, una novità. Ho preparato una play list che mi accompagnerà per tutta la gara. In salita trovo subito un buon ritmo. Solo su qualche rampa isolata molto ripida decido di passare al passo, tornando, però, quasi subito alla corsa. Questo perché al passo non riesco a tenere un ritmo accettabile e poi voglio vedere fino a che punto riesco a tenere correndo. La giornata è calda e ad ogni ristoro faccio rifornimento d'acqua, senza avere paura di perdere del tempo in più. Arrivo bene al primo checkpoint col 56-emo tempo. La seconda parte riguarda la salita sul monte Veitsch, con le pendenze del Teufel Steig, la ripida rampa del diavolo. Nel mio ipod, in questo tratto, suonano gli AC/DC con "Hells Bells" e in solitaria arrivo in cima. Qui inizia la mia parte più problematica. Gli occhiali sono appannati dal sudore, i primi crampi nelle cosce si fanno sentire come lampi e qui il percorso è veramente impegnativo. Quota, vento e rocce che spuntano ovunque in sentieri stretti fatti di piccoli saliscendi. Inciampo molte volte, ma non cado. Fino a quando la combinazione simultanea di inciampo e crampo mi fanno cadere sopra una roccia appuntita col bacino. Con l'aiuto di un un altro corridore riprendo la mia marcia come se nulla fosse. Al secondo checkpoint ho la posizione 42. La terza e ultima parte è pressoché in discesa con qualche rampa tosta in salita e single track nel bosco, dove affiorano numerose radici. E così, toccandone l'ennesima con la punta della scarpa, mi ritrovo ancora a terra. Ma questa volta, tranne aver riempito la borraccia di terra, non mi faccio nulla e continuo a correre. Negli ultimi chilometri tutti i cambi di pendenza sono accompagnati da crampi fulminanti all'interno delle cosce. Mi bloccano all'istante, ma così come arrivano se ne vanno fino al prossimo cambio di pendenza repentino, con una puntualità veramente noiosa. Gli ultimi chilometri sono i più semplici e la fatica, sopratutto quella mentale, è ancora lontana da venire. Sul traguardo riesco anche a superare la staffetta del mio soccorritore, che così riesco anche a ringraziare, anche se lui subito non mi riconosce. Alla fine salto letteralmente la linea del traguardo 31-emo in 5h:48':14", un tempo per me veramente sorprendente. Anche perché avevo esaurito la mia play list che, secondo itunes, doveva essere superiore alle sei ore. Poi un temporale pomeridiano mi riporta alla macchina per fare ritorno nell'afosa Vienna dove mi aspetta una cotoletta coi fiocchi.
I dati del mio Garmin del trail Veitsch, 54km e 2200 metri di ascesa, si trovano qui.


 


domenica, giugno 29, 2014

Il primo Duathlon

La mia nuova bici da corsa
Guerciotti Cartesio
Armato della mia nuova bici da corsa Guerciotti, voglio provare subito l'esperienza della gara. Ogni anno a Graz viene organizzato il Schöckel Classic, una gara di duathlon anomalo che sembra fatta apposta per facilitare il mio debutto in una gara con la bici da strada.
La gara è suddivisa in due parti. La prima parte di circa 16,5 km, viene percorsa in bici  mentre la seconda di 2,2 km a piedi. Detta così sembra molto semplice, il problema è che ci sono 620 metri in positivo da colmare a piedi e 550 metri in positivo da percorrere in bici. Questo vuol dire che la gara è breve e sempre in salita.
Partire in bici in mezzo ad altri 200 atleti, non è un'attività a cui sono abituato, per cui mi piazzo in fondo al plotone e cerco una ruota che possa andare al mio ritmo. Col passare dei chilometri cambiano anche le pendenze, gli ultimi due della sessione in bici sono davvero tosti. Qui mi lascio incantare da un tipo che chiama tutti quelli che sorpassa a tenere la sua ruota. Cambio allora ritmo in salita e sulle ali dell'entusiasmo arrivo vicino alla zona cambio. Il ritmo che ho, però, è decisamente troppo alto per le mie gambe e, anche se mancano pochissimi metri, cedono di schianto diventando letteralmente di cemento. Arrivo nella zona cambio che sono demolito. Lascio la bici attaccata ad una sbarra e continuo a piedi, la parte in cui mi sento più a mio agio. Il problema è ora che non riesco a correre, le gambe sono così sballate che non riescono a svolgere il movimento della corsa. Dopo qualche minuto tornano alla normalità, ma la salita è così ripida che la corsa risulta superflua. Trovo lo stesso un buon ritmo che riesco a tenere fino al traguardo, con uno sprint finale in salita che mi lascia in uno stato mai provato prima. Alla fine arrivo 78-emo, con un tempo globale di 1h:21' una parte in bici di circa 41', quella di corsa in 39' e nella zona cambio circa 1'. I dati del mio Garmin sono qui.



domenica, giugno 22, 2014

Camminata sugli arginelli

Scorcio dell'Argine

Domenica 8 giugno mi trovo per un velocissimo fine settimana  a Breda Cisoni e quasi per caso vengo a sapere che oggi si corre la tradizionale camminata sugli arginelli organizzata dagli Amici dell'Ambiente. Così di buon mattino e di corsa, mi porto alla partenza in piazza d'Armi a Sabbioneta. La giornata è splendida, anche troppo, con un sole decisamente estivo.
È la prima volta che prendo parte a questo tipo di manifestazioni, le cosiddette camminate non competitive che alcuni chiamano tapasciate. All'iscrizione non ci sono scadenze particolari, alcuni sono già lungo il percorso, chi in bici e chi a piedi. Tre euro e sono pronto per partire con tanto di pacco gara. Un prezzo decisamente favorevole per chi come me è abituato ad iscrizioni che si pagano con fogli verdi e magari non ti danno neanche il resto. Ma non voglio paragonare "mele" con "pere", solo far notare che è possibile, con tre euro, avere ristori, assistenza medica, percorso segnato, rinfresco post gara e blocco traffico.
Oggi i percorsi disponibili sono diversi: quello da sei, sedici e ventitré chilometri. Scelgo quello più lungo, quello che percorre quasi tutti gli arginelli del comune. Alla partenza incontro moltissime facce conosciute, non  che sia molto difficile in quanto è una manifestazione organizzata dagli amici dell'infanzia. Il via lo dà il Galu in persona e di piccolo trotto ci incamminiamo verso il Cantonazzo, il luogo dove si sale sugli argini. Alcuni sono in bicicletta, la maggior parte però, a piedi e vengono anche da molto lontano. In asfalto c'è solo questo piccolo tratto di trasferimento, poi quasi nulla, solo campagna o sterrati. Non sono i sentieri montuosi ai quali sono abituato quando corro i trail, ma gli argninelli sono uno sterrato con molta erba, piccoli saliscendi che, con le temperature di quest'oggi, ne fanno un percorso decisamente impegnativo. Il bello di questa camminata sono, per me, i ristori. Non ricordo di essere stato accolto in questo modo in altre competizioni, sentirsi chiamare per nome, fare due chiacchiere e salutare gli amici di sempre, è un evento che non mi capita tutti i giorni. Sono sei  i punti di ristoro disseminati lungo il tracciato. Man mano mano che i chilometri passano mi ritrovo sempre più in solitudine. A Breda Cisoni si evita l'ultimo pezzo di argine per questioni di traffico, ma la variante attraverso le campagne di Villa Pasquali, con uno scorcio sulla chiesa, per me sono una novità. Il sole picchia decisamente forte e il passaggio nel viale del cimitero, con la sua ombra, è un oasi di riposo. Il contrasto diventa evidente, quando, dopo pochi metri, mi trovo su uno sterrato di polvere e ghiaia in perfetta "custera" stile deserto.  Il tratto di trasferimento finisce a Mezzana quando l'ultimo ristoro apre il pezzo più bello dell'argine. Quello del tratto del Bondeno, con la sua vegetazione che copre quasi interamente il passaggio, lasciando solo il varco per i suoi viandanti in una sorta di galleria naturale. Ad un tratto trovo un contadino che sta irrigando, un ottimo spunto per una  breve pausa rinfrescante sotto il getto d'acqua.
Gli ultimi chilometri mi riportano sulla strada del Cantonazzo e da qui in centro a Sabbioneta dove mi attende un abbondante rinfresco.
Complimenti ad Alex e tutti gli Amici dell'Ambiente per l'eccellente organizzazione, e chissà che non riesca a partecipare ancora il prossimo anno.
Sulla mia prestazione podistica non c'è molto da dire, tranne che è stato un ottimo allenamento in vista dei prossimi impegni stagionali. Per chi, invece, volesse trovare anche un stimolo cronometrico su questo tracciato, credo che finirlo sotto le due ore sia un bel obbiettivo e non così scontato, specialmente con queste temperature. Il mio Garmin mi fa notare che per questa volta non ci sia riuscito, una scusa in più per ritornare.

  

sabato, giugno 07, 2014

Wappenlauf a Siegenfeld

Fuori giri Passo la scritta sulla asfalto in leggera discesa che indica i cinquecento metri all'arrivo. La mia respirazione è molto rumorosa, le gambe sono al limite, sulla mia destra, un po' più avanti, un corridore che non molla di un millimetro. Ancora un testa a testa finale, come andrà a finire questa volta?
Torno indietro di un paio d'ore.
Con la mia nuova fiammante bici da corsa Guerciotti pedalo verso l'ufficio dei podisti. Per la terza volta mi trovo a Siegenfeld per la tradizionale corsa del Wappenlauf. Una corsa su terreno misto con continui cambi di terreno e pendenze, oltre 10 km con 220 metri di dislivello positivo. Il terreno è in buone condizioni nonostante il tempo variabile di questi giorni, niente fango sullo sterrato, solo un po' di vento. Prima del via e un riscaldamento quasi nullo, in griglia mi posiziono molto dietro, intorno alla centesima posizione. Non so se sia la tattica ideale per fare bene nelle gare brevi, ma in questo periodo cerco di stare molto coperto e partire molto piano. Dopo il primo chilometro, la leggera salita si fa sentire nelle gambe di chi è partito come se fosse una gara di ottocento metri in discesa. Senza strafare risalgo numerose posizioni, la maggior parte nei cambi di pendenza. Dopo una lunga e non difficile discesa, inizia la seconda parte. Mi ritrovo in un piccolo gruppo dove ci superiamo a vicenda a seconda del tipo di terreno in cui ci troviamo. Quando inizia la salita più ripida, non riesco a tenere il ritmo dei più veloci, salgo del mio passo e alcuni mi superano. Un tizio con gli auricolari cammina. Che musica ascolta per mollare a pochi metri dall'arrivo, un requiem? Gli do una pacca sulla schiena e lo invito a riprendere a correre. Ride e dopo qualche attimo mi ha già superato. Così mi piaci ragazzo. Finisce la salita e la strada spiana. Chi ha fatto un fuori giri in salita, sul piano non riesce a cambiare ritmo, o, ancora peggio, torna a camminare. Così in un nulla recupero tutte le posizioni perse nell'ascesa. Tutte tranne una, ma sto in scia ad un passo. Incrocio con lo sguardo il cartello del km 9, poi quello del km 10 e il ritmo aumenta sempre più, senza che cambino le posizioni. È la progressione di chi di solito non si sente sicuro nello sprint? Ai 500 metri siamo quasi alla pari. Ai duecento metri, in discesa, sulla curva a novanta gradi lascio andare le gambe a tutta in uno sprint lunghissimo. Anche questa volta mi aggiudico il testa a testa finale, quello di un'inutile ventunesima posizione. Già inutile. Perché allora, chi mi ha seguito è andato direttamente a casa senza neanche passare dal ristoro e alla premiazione del suo podio di categoria?
La classifica finale è qui, i dati del mio Garmin qui.

martedì, maggio 27, 2014

Maria Schutz, corsa in montagna "Vertical"

Al traguardo Sono seduto in un prato dietro alla partenza. Osservo gli altri corridori che effettuano il riscaldamento prima del via di questa corsa in montagna. Gara breve, 3,5 km per 700 metri di dislivello positivo, in un paese a neanche un'ora da casa mia. Un tizio si gira verso di me e recita a voce alta "Perché mi sono iscritto?". Forse cerca una faccia complice nella sua non voglia di partire, ma io sono qui per correre, anche se sto qua seduto. Eccome se voglio correre. Dopo svariate settimane dia pausa, di allenamento omeopatico, senza gare, finalmente riprendo. Mi alzo quando il via è già stato dato e pian piano provo a risalire il gruppo. Il sentiero è molto stretto, non c'è spazio per superare, ma c'è tempo. La tattica che uso è quella di attaccarsi dietro a quello che mi precede fino a quando trovo un spiraglio per passare o mi cede il passo. Non c'è molto da correre su questo sentiero, ma appena la pendenza cala un attimo, subito passo alla corsa. In meno di tre quarti d'ora sono in cima, brevissima discesa, taglio il traguardo con un salto e ventisei partecipanti sono già da tempo al ristoro finale. Non ho un gran bisogno di pause e con il pacco gara in spalla mi rimetto subito di corsa per ritornare. Finisco, però, in una strada chiusa che provo a far continuare in un fantomatico sentiero che non esiste. Solo strapiombo, alberi caduti, ortiche e un grande materasso di foglie secche. Striscio giù e quando la pendenza diventa percorribile, affiora un ruscello che occupa tutta la via della gola rendendo tutto molto scivoloso. Alla fine, impiegando un tempo doppio rispetto alla salita, ritorno alla partenza. Lì non manco di fare visita alla vendita di Krapfen giganti, una vera attrazione qui a Maria Schutz, oltre al Santuario.

Un ottimo rientro alle gare in una tipologia di percorso per me nuovo. La classifica finale si trova qui, i dati del mio Garmin qui.

venerdì, maggio 09, 2014

Tra una gara e l'altra

Romanzo per Signora
Romanzo per Signora,
nella versione tedesca "Ausfahrt Nizza"

Alcuni mi hanno chiesto come mai non scrivo più i resoconti delle mie gare. La risposta è molto semplice: non sto partecipando a nessuna gara e ancora peggio, non ne sto preparando nessuna. Il motivo di questa enpasse è che il mio piede non ne vuol sapere di tornare a correre. O meglio, mi lascia correre un po' e poi il giorno dopo protesta. Che aspetti due giorni, o tre settimane, sembra non cambiare nulla.
Leggevo un intervista ad un motivatore all'attività fisica. La sua ricetta è quella di fare leva sulle motivazioni intrinseche, come la bellezza di un allenamento più che sulle motivazioni estrinseche, come correre una maratona col tempo personale. Ecco, questo infortunio mi va proprio ad attaccare nelle mie motivazioni intrinseche mentre sembra lasciare inalterate quelle estrinseche. Grazie alle varie terapie sono riuscito a correre la maratona di Vienna vicinissimo al mio limite, ma con un allenamento forzato, limitato e reso possibile solo grazie a supporti esterni e farmacologici. Volendo guardare bene, quest'infortunio è un piccolo dolore che però genera una grande sofferenza. Una condizione che garantisce agli psicologi un'abbondante clientela .
In settimana ho partecipato alla presentazione di un libro di Pallavicini, un autore che non conoscevo ma molto interessante, che, scrivendo "Romanzo per Signora", ha detto di aver risparmiato molte sedute dall'analista. Magari funziona anche con un blog.

lunedì, aprile 14, 2014

Maratona di Vienna 2014

Il pollaio per tutti anche in città Domenica mattina vado alla partenza in bici, nessuno in giro, si sentono solo solo gli uccelli che cantano e ad un certo punto, sento un coro di galline. Mi chiedo chi possa avere installato un vero pollaio in mezzo alla città e di quello che ne possano pensare i vicini. Atmosfera pregara. Prima della partenza incontro per caso un mio amico che abita anche lui a Vienna, partecipa alla staffetta ma si è infortunato ieri. Gli dico che per me non è un problema correre con il suo chip e così partecipo anche alla staffetta per conto terzi. Sono davanti al camion dove si consegnano le borse del cambio, pettorali da 800 a 1600 e uno sveglione lascia la sua borsa con un numero cinquemila e qualcosa e sparisce. La tipa lo chiama, ma non c'è più. Al via parto in prima fila del mio blocco, di traverso. Partenza tranquilla e al km 16 il passaggio di consegne della staffetta. Non so chi devo mettere in moto e allora urlo il numero di pettorale della staffetta, diverso da quello che indosso, suscitando una risata generale. Il mio amico sbuca dalle retrovie e fa partire il secondo. Ora continuo con il mio ritmo. Passo la mezza, di nuovo nel Ring e via verso il Prater. Una volta superato i trenta chilometri ed entrato nel parco della famosa ruota, comincio a sentire la stanchezza. Pur conoscendone ogni metro, il fatto di vedere quelli che tornano indietro mi fa uno strano effetto e faccio fatica a tenere il ritmo. Una volta fuori dal parco, manca veramente poco. Qui mi supera Michele lanciato verso il secondo posto della classifica OMV, che mi chiama, ma gli dico che può continuare da solo: sono al gancio. Le gambe hanno calato l'andatura, non ne vogliono proprio saperne di aumentare e non ho voglia di star lì a trattare. Non è però un gran problema. Gli ultimi tre chilometri col sorriso stampato sulle labbra, mi lascio trascinare dal pubblico, anche perché non vedo come potrei fare diversamente. Al traguardo il cronometro, per quello che può contare, mi dice che sono andato decisamente meglio dello scorso anno. Bella fatica, nel 2013 ero andato a passeggio. Col sacco del dopo gara non ci sono problemi di indigestione, così non vedo l'ora di gustarmi un bel Kaiserschmarr, lo stesso piatto che davano al pasta party del sabato nella splendida sala del municipio. La giornata finisce con un'ottima cena in compagnia di nuovi amici maratoneti.
Appuntamento al prossimo anno, per l'edizione 2015 ho già effettuato l'iscrizione.
I dati del mio Garmin si trovano qui.
Il dettaglio della classifica qui

sabato, marzo 15, 2014

-4 settimane a Vienna City Marathon

Suonatore in cammino Mancano quattro settimane alla mia prossima maratona e ormai il mio ciclo di giri dai dottori sta per finire. Mi manca solo l'ultimo colloquio con il mio ortopedico e poi dovrei essere pronto per la gara. Se passo in rassegna le tappe percorse, con medico di famiglia, ortopedico e poi radiografie, direi che il più è fatto. Sto facendo tutto il possibile, tranne correre.
Corri quando stai bene, fermati quando senti male. Un principio molto semplice da seguire, ma, purtroppo, non tiene conto della mia natura umana. Quanti principi così semplici ci sarebbero da seguire, eppure alla prova dei fatti rimangono solo dei buoni propositi. Nancy non dovrebbe fermarsi al distributore di sigarette, fumare le fa male e subito cinque euro hanno già lasciato la guida metallica che li risucchia mentre la scatola dai pulsanti di plastica sgancia il nuovo pacchetto col resto. Il fast food non fa bene al colesterolo di Nancy, e allora perché è in fila ad aspettare le sue patatine fritte? Mi chiedo se nel paradiso terrestre, prima che l'uomo incontrasse il serpente, le cose funzionavano come gli esperti ora ci insegnano. Magari allora si usava la doppia porzione di maionese nel big-mac, o le cicciole fritte nello strutto prima d'andare a letto, tanto mica si moriva. Poi però si è voluto provare un cibo salutare come la mela e track, l'inizio della fine. Ma torniamo alla mia corsa, quella come l'isola che non c'è.
Presto tornerò a correre e un nuovo ciclo potrà ricominciare. Metterò da parte i vari orologi smart, cancellerò le tabelle, indosserò un paio di scarpe qualsiasi e passeggerò lungo il fiume. Dopo qualche tempo inizierò ad accelerare fino a quando, per un istante, nessuno dei due piedi toccherà più il suolo. E allora sarò di nuovo di corsa.
Non vedo l'ora.

mercoledì, febbraio 19, 2014

Una pausa verso Vienna VCM

Obbiettivo cercasi Di questi tempi non ho avuto modo di aggiornare il mio blog in quanto ero più impegnato a correre che a scrivere.
Ci ha pensato però, il mio piede destro a concedermi l'occasione di una pausa. Come ogni anno, anche quest'anno non ho potuto rinunciare ad un infortunio, sempre in punti diversi, sempre nuovo, ma puntuale come un cronometro Svizzero. Tendiniti ad orologeria. Non è la prima volta, non sarà l'ultima, non vedo perché mi dovrei alterare.
In questa pausa mi sono imbattuto in un testo di Jonathan Briefs, il mental coach della nazionale di salto di sci austriaca. Visto i suoi risultati scadenti alle olimpiadi, magari non un gran profeta, ma mi ha molto colpito una sua frase: "raggiungere il proprio obiettivo come se non si avesse nessun obiettivo". E allora avanti anche per la maratona di Vienna con Obbiettivo Nessuno.

sabato, gennaio 25, 2014

Guido van der Werve

Nella mia giovanissima carriera di ultra-maratoneta è facile imbattersi in personaggi che, dall'alto della loro esperienza, si propongono come modello. Scrivono libri, danno consigli, organizzano seminari, diventano allenatori, vanno in televisione e magari continuano a solcare la scena dell'ultra con successo. Personaggi esemplari e a volte mitici. 
Vorrei, però, segnalare un personaggio particolare, l'artista olandese: Guido van der Werve. È un'artista contemporaneo che nel suo tempo libero ha cominciato a correre, prima maratone, poi ultra e triathlon estremi. Ultimamente ha integrato il suo hobby direttamente nel suo lavoro di artista, con risultati molto interessanti. La sua ultima opera è Nummer vijftien, a war with oneself, un video nel quale Guido van der Werve compie un triathlon speciale da Varsavia a Parigi da 1700km, sulle tracce di Chopin. Il video tocca anche altri temi, come la vita di Alessandro Magno. La colonna sonora del video è una messa Requiem composta dallo stesso van der Werve. In un opera precedente, si è filmato mentre girava intorno alla sua casa per 12 ore. 
Sono riuscito a vedere la sua ultima opera qui a Vienna nel museo della Secessione. Il suo lavoro mi ha molto colpito. Un po' per le immagini di quei lunghi giri in bici, che mi hanno ricordato i giorni passati in bicicletta sulle Alpi. Poi anche i personaggi storici che cita, persone che per volere del destino hanno lasciato le loro terre natali senza mai più ritornarci. Però è l'aspetto dello sport di resistenza che più viene esaltato. Il suo non-senso palese, che così evidente sembra l'unica possibilità per accettare la propria esistenza per quella che è. Che senso può aver avuto l'eterna battaglia di Allesandro Magno che dopo aver conquistato i territori dell'oriente, non è riuscito a tornare a casa e non ha nemmeno una tomba? E quale senso può aver avuto la vita di Chopin, che una volta lasciata la sua patria grazie al suo talento gli è stato impossibile ritornarci e la sua salma si trova divisa tra Parigi e Varsavia? Sono queste le domande che vedo nel video di Guido van der Werve alle quali lui risponde nuotando, pedalando e correndo. E, come me, corre intondo per ore per trovarsi sempre e inesorabilmente nel punto da dove era partito (The Art of Running in Circles ). Ma se questo non è vivere la metafora della vita, allora che cos'è?